DUE.
Meneguzzo - Turcato
dal 6 novembre 2008 sl 10 gennaio
2009
vernissage 6 novembre ore 19.00
dal lunedì al sabato
ore 15.30-19.30 mattina e festivi su
appuntamento
|
|
Prima
tappa di un ciclo di mostre a due che vuole essere un ragionamento sulle
molteplici forme del dialogo. Tra evidenze, somiglianze, divergenze,
opposizioni, capovolgimenti, un itinerario inedito di intenzioni e prassi
operative diverse tra contiguità storiche o generazioni differenti. Per
ciascun autore un corpus coerente di opere o una traccia esemplare, un
passaggio cruciale del proprio itinerario artistico. Seguendo libere
intuizioni, associazioni, senza censure, sfuggendo alla divorante febbre
storica che oggi rende sterile qualsiasi sincera riflessione critica. A
cura di Antonio Capaccio.
MENEGUZZO
Franco Meneguzzo è nato nel 1924 a Valdagno, in Veneto, ed è morto il
primo di ottobre di quest'anno. Il padre possedeva una miniera di carbone.
Da ragazzo, Meneguzzo abbandona il ginnasio, continuando gli studi
privatamente. Matematica, italiano, francese, latino. Studia anche
pianoforte e composizione restando per un certo tempo incerto nella sua
vocazione fra pittura e musica. Diventa partigiano in montagna. È fatto
prigioniero dei fascisti. Dopo la guerra fa l'operaio al Lanificio
Marzotto di Valdagno. Preferisce i turni di notte per dedicare le ore del
giorno alla sua attività di ceramista. Nel 1947 entra nel consiglio di
fabbrica e diviene anche, fino al 1951, funzionario del Partito
Socialista. Nei primi anni Cinquanta lavora come scenografo alla RAI di
Milano. Fonda con Bruno Danese, nel 1955, una ditta per la produzione e la
vendita di ceramiche (:DEM, Danese e Meneguzzo). Soprattutto come
ceramista, nel corso della sua vita, Meneguzzo ottiene i suoi maggiori
riconoscimenti.
Il pittore sta un poco più in là, appartato, meno visibile. È la sponda
più celata di un'opera che aveva altre evidenze. Ma, in questa
privazione, l'arte ritrova forse una sua prerogativa necessaria.
La salvaguardia dal rumoroso e fazioso mondo ha garantito a questo lavoro
una più intima e segreta sincerità.
Le opere in mostra - realizzate tutte fra il 1950 e il 1960 - appartengono
alla stagione della prima maturità creativa dell'artista, che si definiva
un uomo delle caverne che traccia graffiti sulle pareti di una caverna.
La sua pittura ha solidità corporea. È peso e materia. Terra, campo e
mattone. Tessera e incastro di una costruzione perseverante. Come schermo
che serva a reggere e a contrastare l'inerzia e l'opacità del mondo.
Lungo un tracciato dal quale, sembra, l'autore non avrebbe potuto
declinare in nessun caso.
Vi si avverte un tormento mai interamente risolto.
Peso e materia.
C'è tuttavia una porzione importante di questa materia che occorre
padroneggiare tenendola nascosta. È ombra, profondità. Il lato oscuro ma
inevitabile.
Che ognuno si porta dietro, a suo modo.
Dato che ciò che amiamo o disprezziamo nella nostra esistenza prima o poi
rivela una propria pesantezza insostenibile.
Allora, nel sopravvivere, andando avanti, ci liberiamo pezzo a pezzo di
tutto il peso possibile, o credendo di farlo, dimentichiamo, tradiamo,
perdiamo coscienza come sabbia da una tasca bucata.
Mai il setaccio è per ciascuno diverso.
TURCATO
Tutto quanto desideriamo e che sembra rendere la vita bella, prima o poi
rivela un proprio peso insostenibile.
Così, per scacciare questo rischio, proviamo a divenire rapidi e lesti, a
cambiare la direzione del nostro cammino, a capovolgere le prospettive,
ogni volta che l'appetito si tramuta in avversione, la voluttà in
disgusto.
Bisogna andare con un bagaglio leggero leggero, e senza più nessuna
certezza, e nemmeno più un residuo di morale, o forse ancora solo una
traccia, nascosta fra i fluttui estremi di una reattività a pelle,
l'ultimo puntello alle nostre voglie, ai nostri imprevedibili, cangianti
desideri.
Che niente si fa più catturare veramente. Tutto si muove e corre. E
inseguendo il dio delle cose che sempre fuggono, fino a divenire noi
sfuggenti come le cose stesse, ci si insinua fra le pieghe di una sostanza
instabile e dinamica, sfiorando con leggerezza la superficie più
sensibile, la buccia morbida dell'esistenza.
La stessa cosa sono il vivente e il morto, lo sveglio e il dormiente, il
giovane e il vecchio. - Eraclito - Il dio è giorno notte, inverno estate,
guerra pace, sazietà fame, e muta come il fuoco, quando si mescola ai
profumi e prende nome dall'aroma di ognuno di essi.
La pittura è reticolo, carne, nuvola, cencio, fumo, olezzo, crosta
lunare, graffio. Il peso della materia si dissolve nell'artificio volubile
del simulacro. Di questa dissoluzione - nell'inseguimento perpetuo
dell'infinità delle cose, della loro varietà senza fine - è
l'astrazione l'impronta più vera, lo specchio, la tana da cui pesca il
mago, il maestro, il funambolo, il dissoluto, il cieco.
|