Due
consonanze inversioni 
segreti appariscenze lapsus 
nell'arte italiana

 

MENEGUZZO     TURCATO
MORANDI     RECALCATI
CARRÀ     SORDINI
INNOCENTE     INNOCENTE
CAPACCIO     OLIVIERI

Un ciclo di mostre a due. 
Un ragionamento a più tappe sulle molteplici forme del dialogo.
Fra evidenze, somiglianze, divergenze, opposizioni, capovolgimenti.
Un itinerario inedito di intenzioni e prassi operative diverse fra contiguità storiche o generazioni differenti.
Per ciascun autore un corpus coerente di opere, o una traccia esemplare, un passaggio cruciale del proprio itinerario artistico.
Per ogni incontro una distinta modalità, un'altra piega del discorso, per mettere a confronto e disegnare corrispondenze, nessi, affinità.
Ciascuno il contrappunto dell'altro. 
Ciascuno per se, anche.
Fra astrazione e solarità mediterranea, allusività, fisicità, materia, spirito analitico, pensiero, invenzione, trascendenza.
Seguendo libere intuizioni, associazioni, senza censure, sfuggendo alla divorante febbre storica che oggi rende sterile qualsiasi sincera riflessione critica.

Cos'è che instaura un rapporto? Qual è la misura di una relazione?

Se ogni opera coltiva una propria distinta essenza, se per ogni lavoro c'è un viaggio da compiere comunque in solitario, da dove viene allora il richiamo a una lingua comune che sembra poterci offrire la chiave di un senso ulteriore, e che trova nelle movenze del dialogo la propria necessaria incarnazione?
La forza generatrice di questo vero dialogo muove, a ben vedere, in una direzione diametralmente opposta a quella del dominio normativo dello Stesso.
A governarla non sono le leggi del riconoscibile, del compatibile, dell'omologo, del familiare. 

Né il linguaggio compiacente della legittimazione dell'io. Né la natura sopraffattiva e unidimensionale del progresso. Non ciò che è offerto, in maniera rassicurante, alla riconoscenza del branco: Provate a ascoltare - così Michaux - fra il pubblico in una mostra di pittura. A un tratto, dopo aver cercato a lungo, qualcuno mostrando col dito sul quadro: "È un melo", dice, e tutti si sentono meglio.No. Quando tentiamo di aprirci un varco nei territori essenziali della dialogo, dobbiamo orientare il nostro sguardo verso qualcosa che ci privi di certezza, ci metta in bilico sull'orlo di un vuoto, rovesciando quiete in inquietudine.

Chi ama le strofe ama anche le catastrofi - Gottfried Benn -, chi è per le statue dev'essere anche per le macerie.
È allora che siamo trascinati al dialogo.
Guardando fuori, allo spazio che separa, non confonde o sovrappone, alla distanza che divide e insieme mette in contatto e rinsalda la possibilità di un incontro.
All'altro che istruisce perché è distante.
Un fuori che potremmo intendere come tale anche quando, magicamente, assume la veste suasiva del somigliante.
"Vedete, ho copiato il vostro sonetto perché l'ho trovato bello e semplice… - scrive Rilke in risposta al giovane poeta che gli chiede consiglio - Vi offro questa copia sapendo quanto sia importante e istruttivo di ritrovare il proprio lavoro in una calligrafia estranea. Leggete questi versi come se fossero di un altro, e sentirete nel fondo del vostro essere quanto essi sono cosa vostra."

È nel contatto con l'estraneo che ritroviamo una cifra più vera d'identità: vi ritroviamo la stessa sostanza alienante che incontriamo quando, tentati da un'interrogazione più estrema, crediamo di aver gettato la sonda in profondità e sentiamo di aver avvicinato la nostra più nuda apparenza.
Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo. - Borges
A questa incertezza appartengono i territori della creazione.
L'aperto che accoglie, ospita, lascia che qualcosa lo attraversi, anche ciò che sembra più improbabile ed enigmatico.
La strada breve e infinita.

Esiste un punto di arrivo - Kafka -, ma nessuna via; ciò che chiamiamo via non è che la nostra esitazione
Ecco, se questo è ciò che abbiamo desiderato, se questo è ciò che attendevamo, puntiamo l'arco che a una meta ci conduca, al segno quasi inafferrabile di una maestria.
Per cui, finalmente, il vero maestro è sempre l'Altro.

Antonio Capaccio