|
Un ciclo di mostre a due. |
||||||||||||||
Cos'è che instaura un rapporto? Qual è la misura di una relazione?
Se ogni opera coltiva una propria distinta essenza, se per ogni lavoro c'è un viaggio da compiere comunque in solitario, da dove viene allora il richiamo a una lingua comune che sembra poterci offrire la chiave di un senso ulteriore, e che trova nelle movenze del dialogo la propria necessaria incarnazione?
La forza generatrice di questo vero dialogo muove, a ben vedere, in una direzione diametralmente opposta a quella del dominio normativo dello Stesso.
A governarla non sono le leggi del riconoscibile, del compatibile, dell'omologo, del familiare.
Né il linguaggio compiacente della legittimazione dell'io. Né la natura sopraffattiva e unidimensionale del progresso. Non ciò che è offerto, in maniera rassicurante, alla riconoscenza del branco: Provate a ascoltare - così Michaux - fra il pubblico in una mostra di pittura. A un tratto, dopo aver cercato a lungo, qualcuno mostrando col dito sul quadro: "È un melo", dice, e tutti si sentono meglio.No. Quando tentiamo di aprirci un varco nei territori essenziali della dialogo, dobbiamo orientare il nostro sguardo verso qualcosa che ci privi di certezza, ci metta in bilico sull'orlo di un vuoto, rovesciando quiete in inquietudine.
Chi ama le strofe ama anche
le catastrofi - Gottfried Benn -, chi è per le statue dev'essere anche
per le macerie.
È allora che siamo trascinati al dialogo.
Guardando fuori, allo spazio che separa, non confonde o sovrappone, alla
distanza che divide e insieme mette in contatto e rinsalda la possibilità
di un incontro.
All'altro che istruisce perché è distante.
Un fuori che potremmo intendere come tale anche quando, magicamente,
assume la veste suasiva del somigliante.
"Vedete, ho copiato il vostro sonetto perché l'ho trovato bello e
semplice… - scrive Rilke in risposta al giovane poeta che gli chiede
consiglio - Vi offro questa copia sapendo quanto sia importante e
istruttivo di ritrovare il proprio lavoro in una calligrafia estranea.
Leggete questi versi come se fossero di un altro, e sentirete nel fondo
del vostro essere quanto essi sono cosa vostra."
È nel contatto con
l'estraneo che ritroviamo una cifra più vera d'identità: vi ritroviamo
la stessa sostanza alienante che incontriamo quando, tentati da
un'interrogazione più estrema, crediamo di aver gettato la sonda in
profondità e sentiamo di aver avvicinato la nostra più nuda apparenza.
Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una
parvenza, che un altro stava sognandolo. - Borges
A questa incertezza appartengono i territori della creazione.
L'aperto che accoglie, ospita, lascia che qualcosa lo attraversi, anche
ciò che sembra più improbabile ed enigmatico.
La strada breve e infinita.
Esiste un punto di arrivo -
Kafka -, ma nessuna via; ciò che chiamiamo via non è che la nostra
esitazione
Ecco, se questo è ciò che abbiamo desiderato, se questo è ciò che
attendevamo, puntiamo l'arco che a una meta ci conduca, al segno quasi
inafferrabile di una maestria.
Per cui, finalmente, il vero maestro è sempre l'Altro.
Antonio Capaccio