Seconda tappa di un ciclo di mostre a due che vuole essere un ragionamento sulle molteplici forme del dialogo. Tra evidenze, somiglianze, divergenze, opposizioni, capovolgimenti, un itinerario inedito di intenzioni e prassi operative diverse tra contiguità storiche o generazioni differenti. Per ciascun autore un corpus coerente di opere o una traccia esemplare, un passaggio cruciale del proprio itinerario artistico. Seguendo libere intuizioni, associazioni, senza censure, sfuggendo alla divorante febbre storica che oggi rende sterile qualsiasi sincera riflessione critica. A cura di Antonio Capaccio. È vero che, scorrendo, la vita ci libera di molte cose, fa spazio, ci riduce all'osso, a un resto, sempre più stretti al poco che, consumato e trasformato, ancora resiste. Avviene con lentezza, a strappi, o tutto insieme, e non importa se è ciò a cui aspiravamo, o se tutto accade inconsapevolmente, o nostro malgrado. La verità è una sola. Ci sbarazziamo delle cose comunque, pure di quanto avevamo immaginato nostro per sempre. Ci restano le briciole - l'essenziale? -, materiale friabile, provvisorio. E anche quando proviamo a invertire la rotta, volgendoci verso il lato inconscio e oscuro, per tentare di afferrare, se fosse possibile, un nodo originario, ecco che le nostre costruzioni vanno in pezzi, e una scena anteriore, più nuda, si rivela, e poi un altro richiamo, ancora più remoto e vuoto, che manda in frantumi di nuovo ogni cosa, e così via, a ritroso, collezionando macerie.Cosa si nasconde ancora più in là? E quanto conviene spingersi oltre? Per scoprire quanto l'avanzo che siamo divenuti somiglia alla mancanza che ci ha generato? "…le mie ciotole rotte, - Recalcati - i miei vasi feriti, pieni di crepe, ammaccati e spezzati, che in qualche modo erano tenuti insieme, sono come la nostra vita e i ricordi che ci portiamo dietro." Arginati in una materia tenace e refrattaria, essi sono i resti persistenti della combustione. Vi si deposita un senso aspro e difforme: "I miei vasi non sono frammenti incollati, ma nascono rotti, rovinati, come se una strana sofferenza li avesse spezzati e il tempo li avesse nuovamente congiunti." " Ho paura delle parole. - Morandi -
Ecco perché dipingo." "Un annaffiatoio, un erpice abbandonato nel campo, un cane al sole, - Hugo von Hofmannsthal - un povero cimitero, uno storpio, una casetta di contadini, tutto ciò può diventare il vaso della mia rivelazione. Ognuna di queste cose e le mille altre simili su cui di solito l'occhio scivola con naturale indifferenza, può assumere all'improvviso per me, in un certo momento che non è affatto in mio potere provocare, un carattere nobile e commovente che tutte le parole mi sembrano troppo povere per esprimere.(…), |