| MIRKO
- LA SCULTURA DEL MITO dal 26 ottobre al 30 novembre 2001 vernissage 26 novembre 2001ore 16.30 dal 6 dicembre la mostra si arricchisce di opere di: Accardi, Afro, Burri, Cagli, Consagra, Mannucci, Marini, Melotti e Pierelli vernissage 6 dicembre 2001 ore 18,30 dal lunedì al sabato ore 10.30 - 13.00 / 15.00 - 19.30 COMUNICATO STAMPA lI 26 ottobre 2001 si
inaugurerà la mostra "Mirko
- La scultura del mito" con disegni e sculture di piccolo e
medio formato dagli inizi della sua attività sino a quelle più recenti.
Saranno presentate circa 20 opere scultoree di legno, rame e bronzo
eseguite dagli anni ‘40 in poi accompagnate da una ventina di pastelli
cerosi che l’artista produsse nel periodo
fra 1940 e 1965. Dal Dizionario della Scultura Moderna: Tenne la sua prima mostra personale a Roma, alla galleria La Cometa, nel 1935 e richiamò fin d’allora l’attenzione sulla sua scultura a quel tempo figurativa, maturata nell’ambiente di cultura così profondamente segnato dall’impronta di Arturo Martini. Un fondamento espressionista, misto ai postulati arcaicizzanti propri della ricerca martiniana, segnò l’indirizzo di quella prima attività. Ma già un viaggio compiuto a Parigi nel 1937, insieme, con il fratello Afro, aprì i suoi interessi a esperienze internazionali e allorché, nell’immediato dopoguerra, egli cominciò ad esporre le sue opere - una mostra di scultura ebbe luogo alla galleria Knoedler di New York nel 1947 e un’altra di dipinti fu presentata dalla galleria dell’Obelisco di Roma - si poté constatare come quell’apertura a un linguaggio consapevole delle esperienze internazionali dell’arte moderna avesse orientato e arricchito il suo repertorio stilistico. L’esperienza cubista appresa a Parigi rappresentò nelle opere di quegli anni, per esempio l’Orfeo, l’impalcatura formale della successiva espansione astratta. Una conclusione di tutti questi coscienti e coerenti trapassi si ebbe subito dopo, tra il 1949 e il 1951, con un autentico capolavoro, vale a dire con il cancello bronzeo da lui fuso per le Fosse Ardeatine di Roma, a ricordo dei martiri caduti sotto la barbarie nazista. "Quell’opera" ha scritto Giulio Carlo Argan, "commenta con la musica dei suoi ritmi formali uno dei più drammatici eventi della lotta della ragione e della morale contro l’infame connubio dell’irrazionalità e dell’immoralismo". Formata di drammatici sviluppi, che con una forte carica espressiomstica riducono in un astratto geroglifico di forme la tensione della materia, quell’opera rimane testimonianza quanto mai efficace dello stesso rinnovarsi della scultura italiana del dopoguerra. In altre opere civiche lo scultore ha mostrato di trasfondere uguale impegno, se non uguale partecipazione drammatica; conforme, quell’impegno, alla mutata necessità di celebrare un evento o di partecipare con forme scultoriche ai volumi e allo spazio dell’architettura con moderno sentimento. [..] Le opere da lui create dal 1951 in poi si distinguono per l’estro e per la vivezza decorativa dell’invenzione. Una grande felicità immaginativa unita al ricordo meditato di echi barbarici e ancestrali, talvolta affioranti da una preferenza della plastica dell’Occidente, ne è la peculiare caratteristica. La varietà delle invenzioni formali è, infatti, inesauribile, il possesso delle tecniche e la conoscenza delle materie più disparate sono sorprendenti. Da questi postulati il mito riceve una evocazione suggestiva, e il suo rinnovarsi corrisponde ad una esigenza del tutto attuale e non archeologica. Vi si può riconoscere un risultato di aderenza alla poetica surrealistica, talché se alla base di certi totem o idoli ancestrali vè pur sempre la memoria della figura umana, la metamorfosi con la quale essi diventano forme astratte e disciolte dal primitivo riferimento antrpomorfico, è una partecipazione diretta al surrealismo. Perdendo di umanità sociale, quelle forme acquistano, nel loro rapporto con Io spazio, una umanità Ietteraria, miti della visione moderna del mondo, similitudini celebrali ma possenti, dell'esperienza reale. Giovanni Caradente |
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